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Mulini ad acqua

Di mulini, lungo il corso del Savena e dell’Idice, ce n’erano in abbondanza. La loro dislocazione è, ovviamente, in funzione della disponibilità più costante possibile di acqua, considerato che il regime idrico sia del Savena che dell’Idice è decisamente a carattere torrentizio ed è da mettere in relazione all’alimentazione pluviale del rilievo, più abbondante in autunno e in primavera, con conseguenti piene repentine ed impetuose.
L’elevato numero di torrenti laterali rispetto alle aste del Savena e dell’Idice permette infatti una captazione notevole delle acqua pluviali, che vengono quindi convogliate copiosamente verso i fondovalle principali.     

Un elemento di relativa stabilità nel rifornimento idrico dei mulini era costituito dalle numerose sorgenti perenni che, prima della loro captazione per l’immissione negli acquedotti, defluivano liberamente alimentando gli invasi anche durante i periodi più siccitosi.
Ecco in sintesi la struttura dell’opificio. Deviata tramite uno sbarramento sul torrente, l’acqua necessaria al funzionamento del mulino, viene incanalata e raccolta in un Invaso detto “botte”. Lungo talvolta anche diverse centinaia di metri, il canale è scavato nel terreno o ricavato con sponde in muratura e presenta pendenza limitata (1-2%) con conseguente scarsa velocità dell’acqua - circa un metro al secondo - tale da non erodere il terreno, ma, anzi, da consentire la sedimentazione del fango e della sabbia in sospensione.
La botte, delimitata da pareti in muratura o da argini in terra ed avente il fondo inclinato verso il mulino, costituisce una riserva d’acqua che consente, grazie al continuo apporto del canale, di mantenere costante il dislivello fra il pelo dell’acqua e la ruota idraulica e, quindi, una potenza di macinazione pure costante.       Spesso un lato della botte è costituito da un muro comunicante con il locale che ospita le ruote a catini - detto appunto “catinaia” ed allora nel muro stesso si aprono cunicoli a volta, chiamati “trombe”, in numero uguale a quello delle macine, che si restringono dall’esterno verso l’interno terminano con una bocca in legno munita all’estremità di saracinesca. Quando i mulini sono costruiti in posizioni molto scoscese e su piani diversi degradanti verso il torrente, nella botte si apre un’unica tromba e l’acqua che passa fa girare una dopo l’altra le diverse macine poste in successione.   
 
Tutti i mulini esistenti in comune di Monghidoro sono forniti di ruota idraulica orizzontale, che si adatta ad una portata d’acqua limitata. Essa è costituita da un rullo di legno di quercia rastremantesi verso l’alto, che porta al piede, riuniti a raggiera, una dozzina di “catini”, mentre nella parte superiore è innestata la sbarra di trasmissione e nell’estremità inferiore è fissato un perno in acciaio che, inserito nell’apposita sede ricavata in un parallelepipedo di bronzo, detto appunto “bronzina”, permette a tutto il complesso di ruotare con un minimo di attrito.       
La “bronzina” è a sua volta incastrata in un parallelepipedo di quercia alloggiato in un incavo del basamento che regge tutto il motore idraulico ed è costituito da una trave detta “banchina” incernierata ad una estremità alla struttura dell’edificio e collegata al capo opposto ad un’asta di metallo che, attraverso un foro nel pavimento, raggiunge il locale macine.     La parte terminale è filettata e porta un grosso bullone che poggia su di una pietra fissa, cosicchè avvitando o svitando si procura rispettivamente l’innalzamento o l’abbassamento della “banchina” e, con essa, del rullo e della sovrastante macina.   Infatti la sbarra di trasmissione infissa nel rullo di legno attraversa la macina inferiore, quella fissa o “dormiente”, tramite un foro centrale protetto da un cilindro di salice o di bosso fissato a mò di cuscinetto, e sporge per circa 10 centimetri portando sull’estremità l’impostazione atta ad accogliere una piastra di ferro sagomata a farfalla, chiamata “merla” , che regge la macina superiore, o “girante”, dotata di apposito incavo per l’alloggiamento della “merla” stessa. Il movimento rotatorio al motore idraulico viene impresso dall’acqua allorchè, aprendo dal locale macine tramite una leva la saracinesca della tromba, si libera il flusso in pressione che va ad urtare contro i catini.
 
Ovviamente il parallelismo fra le due superfici delle macine deve essere perfetto. L’equilibratura si ottiene riportando il palo in esatta perpendicolarità col piano di macinazione della parte fissa, con l’ausilio di un’asta di legno detta “randa” lunga quanto il raggio della macina e munita all’estremità di una punta metallica. Inserita al posto della merla, quando la ruota idraulica viene azionata manualmente la randa evidenzia l’eventuale difetto sfregando la macina per un certo tratto e restando sollevata nell’arco opposto.      Occorre ora agire sulla porta bronzina spostandolo lievemente tramite i cunei che lo fissano alla banchina.    Fra le operazioni di manutenzione riveste pure notevole importanza la “battitura” delle macine, che consente di ripristinare l’assetto ottimale delle superfici molitorie caratterizzate da scanalature a sezione triangolare e da sottili rigature aventi funzione di diminuire la superficie di attrito e favorire la circolazione dell’aria, impedendo il riscaldamento della farina.
 
 
La concentrazione maggiore di mulini in comune di Monghidoro si ha sul Rio del Piattello, che prende origine da varie sorgenti a circa quota 1000, a monte dell’abitato di Ca’ di Guglielmo e sfocia sulla destra del Savena poco a Sud del Mulino della Valle, dopo aver conformato una stretta valle che delimita una altopiano triangolare di altezza media sugli 800 metri, avente come limite occidentale il corso del Savena e meridionale con i contrafforti montagnosi al confine con la Toscana. Sul Rio, al di sopra della strada provinciale che passa per Piamaggio e porta a Castel dell’Alpi, si trova una serie singolare di quattro mulini in successione a pochi metri di distanza l’uno dall’altro in località Ca’ di Guglielmo, tutti compresi in un’altezza variante dagli 860 agli 826 metri sul livello del mare. Quello più alto, detto Mulino di Cà di Guglielmo di Sopra è costituito da una costruzione di pendio articolata su diversi piani, con portico antistante il mulino e reca un’incisione su un architrave datata metà del Settecento. L’ampia botte, alimentata soprattutto da acqua sorgiva, fu rifatta dai Naldi, che entrarono in possesso del mulino nel 1910, e presenta un muro di sbarramento spesso oltre tre metri alla base e munito di ampia apertura per il rapido svuotamento in caso di emergenza. Le due macine di cui era fornito consentivano la macinazione dei vari prodotti che il mugnaio andava a ritirare di casa in casa - come era costume nella zona - con l’aiuto del somaro, con l’impegno di portare la farina, una volta dedotta la “molenda”, cioè la porzione di prodotto trattenuta come pagamento per il lavoro svolto, in posto del denaro di cui c’era scarsa disponibilità. I tre mulini inferiori sono detti di Ca’ di Guglielmo di Sotto e sono di proprietà della famiglia Tedeschi che ha antiche origini nel luogo. Il primo è costituito da una costruzione unitaria sulla sponda sinistra del rio, alla quale si accede per una ripida carreggiata acciottolata. Utilizzava l’acqua che aveva servito il mulino superiore e che veniva convogliata nell’ampia botte munita di due trombe corrispondenti alle due macine alloggiate, utilizzate per frumentone, prodotti per il bestiame e, soprattutto, castagne.
 
 Erano infatti numerosi i seccatoi a Cà di Guglielmo e spesso lavoravano le castagne anche per conto terzi, dall’essicazione alla produzione della farina. Il terzo mulino presenta una modesta costruzione sempre sulla sinistra del Rio a circa 50 metri dalla superiore. Era alimentato da un breve canale che riempiva una piccola botte ricoperta con travi e terra, unico esempio di botte coperta incontrato nei mulini del Savena. Questo, come pure il mulino a valle, alloggiano una sola macina e sono comunque interessanti per le caratteristiche, minuscole costruzioni tutte in arenaria, che ben si sposano con l’ambiente.
Più in basso, a 654 slm, si trova il Mulino Mazzone posto alla destra del Rio del Piattello, quasi in confluenza con il Rio Costazza. Per complessità del fabbricato, la varietà delle macine alloggiate, l’amenità della posizione geografica e per il fatto che è ancora oggi funzionante, questo mulino può essere considerato il più interessante del Comune di Monghidoro.
Antecedente il 1785, in quanto riportato nel Catasto Boncompagni con il toponimo pressochè identico all’attuale “Molino dè Mazzoni”, il complesso è composto da abitazione, stalla, locali distinti per ciascuna macina e un ampio portico antistante l’ingresso, costruito nel 1878, come attesta la data incisa sull’architrave. Oltre alle quattro macine alloggiate nel complesso stesso, ne esiste una quinta posta in una minuscola costruzione, un centinaio di metri a valle, sulla sponda sinistra detta “mulinlin”, dove venivano macinate le biade.
 
Essendo, come detto ancora in grado di funzionare, questo mulino presenta tutti gli elementi caratteristici degli opifici della specie. A cominciare dallo sbarramento in sassi sul Rio del Piattello per deviare l’acqua nel canale di adduzione, munito di sfioratoio e paratoia chiamata localmente “fiaccacollo”. Un altro canale convoglia le acque del Rio Costazza per aumentare la disponibilità idrica. Poi una bella botte, ricoperta da una spessa lastra di ghiaccio in inverno, solcata da impettite anatre e oche nelle altre stagioni, circondata da una siepe. E all’interno, ricoperti da un diffuso velo bianco, la tramoggia sospesa ad un binario di legno ancorato al soffitto, in modo da poter essere spostata lateralmente quando deve essere sollevata la macina per la manutenzione. La gru in legno, costituita da un braccio mobile avente all’estremità un foro attraverso il quale passa una vite munita, dalla parte superiore, di un grosso dado con bracci o volantino che ne consentono un’agevole rotazione e, dall’altra parte, di due robusti cerchi metallici terminanti con due fori che vengono fatti combaciare con i due appositamente ricavati, in posizione diametralmente opposta, nelle macine giranti dentro i quali vengono inseriti due pioli di metallo che sorreggono la macina quando viene avvitato il dado e consentono il ribaltamento della macina stessa per la battitura. Inoltre i vagli, fra cui quello da grano fatto di pelle di cavallo, i bigonci e le palozze di legno, la bascula per pesare i sacchi e calcolare la molenda e, applicato all’architrave, un sonagli da mulo quale efficace antifurto, che ha lasciato il segno dell’utilizzo secolare del mulino nel solco incavato nel bordo della porta ove batte ad ogni apertura e chiusura della stessa.      
Condotto nel 1785 da Lorenzini Giacomo e Michele e nel 1815 dal figlio Stefano, nel 1872 il mulino era tenuto da Galli Domenico fu Francesco, nel 1906 da Fabbri Alfredo di Domenico ed infine da Galli Antonio (l’ultimo mugnaio a tempo pieno), mentre la proprietà è dei Sazzini di Piamaggio.
 
Il Mulino Mazzano è visitabile su prenotazione per gruppi e scolaresche rivolgendosi direttamente alla Famiglia Sazzini, oppure presso la SPM Srl di Monghidoro. Ringraziamo la famiglia Sazzini per la disponibilità a far visitare il mulino a turisti ed appassionati.
 
Per informazioni e prenotazioni
Famiglia Sazzini: 051/655 31 74

Dove Rivolgersi

SPM Srl
Indirizzo Via Matteotti 1 40063 Monghidoro (Bo)

Telefono

051/6555132

Fax

051/6552268

Orario al pubblico

 
Ente/Organizzazione UFFICIO TURISMO SPM
Referente  
   

 

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